Presentazione – Inizio plenaria

Organizzazione e sviluppo sostenibile, innovazione. Dalle imprese al territorio. L’idea d’impresa è imprescindibile dallo sviluppo delle città. Come costruire la crescita all’interno della stessa casa comune? Come ripristinare il collegamento tra innovazione, organizzazione ed economia? Come dare forma alla complessità? Come creare una nuova enterprise architecture per la digital transformation in grado di intersecare i domini orizzontali (business, informazioni, applicazioni e tecnologia) con i domini verticali (sicurezza, performance, integrazione e servizi)?  

L’agenda del Paese deve mettere al centro del rilancio economico la trasformazione digitale e la sostenibilità sociale ed ambientale come prospettiva in grado di rendere il sistema produttivo più duraturo, inclusivo e sicuro. ll digitale propone nuovi modi di vivere, lavorare, produrre, imparare, curare. Un cambio di governance porta con sé anche un cambio di management. Tra dividendi politici e perimetri tecnici a geometria europea, l’agenda del cambiamento sembra essere dettata sempre dalla necessità e dall’urgenza. Serve una visione di sviluppo per il futuro. Siamo all’inizio di una nuova fase storica che non richiede eserciti ma che obbliga a riempire un vuoto. Il vuoto di infrastrutture, conoscenza e cooperazione tra pubblico e privato.  

C’è chi parla di “restart” ma occorre invece un “upgrade”, un passaggio a un livello superiore, con la consapevolezza che il cambiamento è realizzabile e che le tecnologie, opportunamente governate, possono supportare questa trasformazione. In particolare, ricominciando dal ruolo strategico della città, come modello di governo. Dalla città-rete come nuova architettura sociale. E dalle competenze, come più importante investimento per il futuro. 

Il problema non è il debito pubblico – come spiega l’economista Giulio Sapelli – ma la quantità di stock accumulato, che tradotto significa infrastrutture fisiche e digitali che aumentano la produttività totale dei fattori. E qui sta il vero nodo della questione. L’Italia rischia di rimanere indietro in assenza di un piano di investimenti in infrastrutture in grado di dare un taglio con il passato. Il digitale fa due cose: elimina le barriere e crea nuovi spazi di mercato. I mercati – però – non sono perfetti, ma seriamente difettosi.  

L’attenzione sull’economia dei luoghi permette di capire non solo gli ingredienti necessari, ma anche i modelli più adatti per stimolare la crescita. Grazie all’ICT si possono utilizzare meglio le risorse delle città, per ridurre i consumi di energia e far lavorare meglio le persone. Si può progettare la mobilità sulla base dei dati e rendere gli edifici più smart e green. Il data center diventa il nuovo cuore della città. E dove è collocato diventa importante. Alla malta e ai mattoni si può sostituire un impasto di fibre ottiche, sensori, big data e capacità di calcolo on the edge. Ma di tutto ciò non c’è traccia nei piani regolatori. La sfida: connettere centro e periferie nel segno della qualità della vita e dei servizi. Tutto diventa centrale se è collegato. Tutto diventa periferia se non è connesso.

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